SOSPENSIONE

Testo e foto di Federico Fratini

Ci piace pensare che manchiamo alle montagne, come esse ricompaiono a noi a palpebre tirate giù.

Non è così.

Siamo come formiche per elefanti, a volte poco rispettose.

La bellezza assoluta, inaudita non ha bisogno di specchi, di cori.

In un mondo in cui siamo tutti sospesi, come vecchi alla finestra, le pareti di roccia rimangono a brillare all’universo come hanno fatto per milioni e milioni d’anni. Il nostro passaggio è stato come il tempo di uno sbadiglio in un secolo.

E non manchiamo nemmeno alle pareti a bassa quota, le nostre falesie, che abbiamo decorato di piercing in acciaio inox: è la moda, si dicevano tra loro.

Ma forse i blocchi un po’ si sentono da soli. Trascurati dalla storia del grande alpinismo e considerati da sempre un impiccio dai montanari che magari li hanno dietro casa e gli levano la terra e il sole, avevano pure i loro innamorati e innamorate degli ultimi decenni.

D’arenaria, granito o calcare, scintille dei vulcani, sassi portati giù dai nevai, briciole cadute alle montagne.

Chi ci arrampica li conosce per ogni ruga, li spazzola, toglie loro un po’ di barba del muschio, li legge come una poesia, li immagina come movenze in teatro.

Sotto di loro passano le giornate molto fredde dell’inverno, ché il sole è corto e devi sbrigarti, o l’estate all’ombra dei faggi, ché è bello camminare a piedi nudi intorno.

E nei giorni che siamo davanti ai blocchi lasciamo un po’ di magnesite per ricordarci della festa, come fanno le ragazze quando si truccano a vicenda con quella dolcezza che le porta a ballare.

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